Permette di verificare che l’embrione non sia affetto da gravi malattie genetiche. Questa tecnica ha consentito a migliaia di coppie (fertili e non) portatrici di malattie genetiche, di avere figli sani senza dover rinunciare a priori alla gravidanza o essere costretti all’interruzione di gravidanza nel caso in cui (a seguito di diagnosi prenatale) il feto dovesse risultare affetto dalla specifica malattia genetica.

Lo sviluppo delle conoscenze sul genoma umano, con l’identificazione di nuovi geni coinvolti nell’insorgenza di malattie ereditarie, unitamente all’avanzamento della tecnologia strumentale, ha notevolmente esteso il campo di applicazione della PGD. Dal primo caso di PGD per fibrosi cistica eseguito nel 1992 (Handyside et al., 1992), le strategie diagnostiche si sono notevolmente evolute e di conseguenza si è avuta sensibile crescita del numero di malattie genetiche per le quali è stata applicata la PGD. Oggi esistono protocolli diagnostici per oltre 250 malattie monogeniche, oltre 200 dei quali sono stati ottimizzati dal Ns. Centro (Fiorentino et al., 2006).

Patologie genetiche molto comuni nella popolazione italiana, in cui la PGD trova una valida applicazione, comprendono: Beta-Talassemia, Anemia Falciforme, Emofilia A e B, Distrofia Muscolare di Duchenne-Becker, Distrofia Miotonica, Fibrosi Cistica, Atrofia Muscolare Spinale e X-Fragile. In linea generale, la PGD può essere applicata per tutte quelle patologie genetiche, autosomiche dominanti, recessive o legate al cromosoma X (X-linked), per le quali é stato identificato il gene responsabile. Il Ns. Centro dispone di un gruppo di ricerca che è in grado di sviluppare protocolli diagnostici per qualsiasi malattia genetica.

I Ns. ricercatori possono studiare, e ottimizzare per la successiva PGD, anche casi di malattie genetiche rare, di cui non è disponibile la relativa diagnosi genetica. In quest'ultimo caso, il gruppo di ricerca del Laboratorio Genoma provvederà a studiare il gene responsabile della malattia, determinando la sua sequenza ed effettuando l'analisi di mutazione al fine di identificare la/le alterazione/i causa dell'anomalia genetica. Successivamente, quindi, verrà studiata una procedura personalizzata di diagnosi preimpianto, adattata alle specifiche mutazioni di cui la coppia e’ portatrice. Il protocollo diagnostico verrà preliminarmente ottimizzato su un cospicuo numero di singole cellule (linfociti o cellule della mucosa buccale) isolate dai partners della coppia, al fine di verificarne l’efficienza e l’attendibilità diagnostica. Quando i risultati prodotti sono in linea con i parametri suggeriti delle linee guida internazionali (Thornhill et al., 2005), il protocollo potrà essere applicato a livello clinico. Questa fase preliminare è conosciuta come fase di set-up diagnostico pre-clinico.

Grazie all’accresciuta accuratezza dell’analisi genetica ed all’allargarsi delle indicazioni, oltre quelle previste per la diagnosi prenatale, il ricorso alla PGD per malattie monogeniche è in costante crescita. I dati europei riportano l’esecuzione di oltre 1.000 cicli annui di PGD, e negli ultimi due anni (raccolta dati relativa agli anni 2002 e 2003) è stata riportata una casistica 4 volte superiore rispetto a quella riportata nei primi dieci anni di applicazione della tecnica, con un numero di bambini nati superiore a 2000 (Harper et al., 2006; Sermon et al., 2007).