Nonostante la sofisticata strumentazione analitica impiegata e gli accorgimenti tecnici utilizzati, le tecniche di diagnosi preimpianto sono efficaci in circa il 95% delle cellule testate. Una piccola percentuale di embrioni potrebbero rimanere senza una diagnosi conclusiva, a causa di un fallimento nell’amplificazione genica o l’ottenimento di risultati dubbi. In questi casi, il raggiungimento del 100% di efficacia dipende dalla capacità di sviluppare nuove tecnologie più efficienti. 

Un altro fattore che limita l’efficacia della procedura è costituito dall’occorrenza di una contaminazione con materiale cellulare esterno, a causa della quale si potrebbe determinare, oltre che ad un fallimento nella diagnosi finale, anche un errore di diagnosi nel caso in cui tale contaminazione non fosse evidenziata.

Un’altra fonte d’errore è costituita dal cosiddetto fenomeno dell’ADO (Allele Drop Out). L’ADO consiste nella mancata amplificazione genica di uno dei due alleli, dovuta a motivi tecnici caratteristici della diagnosi genetica da singola cellula, la cui incidenza è stimata intorno al 5%. Se questo fenomeno si verifica, una delle mutazioni ricercate potrebbe non evidenziarsi. E’ quindi possibile che un embrione sano sia erroneamente diagnosticato come affetto dalla specifica malattia genetica o alterazione cromosomica investigata, e quindi non essere considerato utile per il successivo transfer; oppure che un embrione sia erroneamente diagnosticato come normale, e quindi trasferito in utero materno.

Inoltre, bisogna tener conto del problema del mosaicismo, a causa del quale è possibile che cellule provenienti dallo stesso embrione presentino un differente cariotipo. In pratica può accadere che la cellula analizzata mediante PGD risulta normale all’analisi citogenetica, mentre altre cellule dello stesso embrione presentano invece alterazioni cromosomiche, o viceversa. Tale fenomeno, negli embrioni, è relativamente frequente e potrebbe limitare l’efficacia della tecnica o indurre ad errori di diagnosi. 

Per l’identificazione di eventuali contaminazioni o del fenomeno dell’ADO, i laboratori qualificati che effettuano diagnosi preimpianto impiegano degli accorgimenti tecnici che riducono al minimo il rischio di ottenere una diagnosi errata, rischio che comunque è sempre esistente, anche se in percentuale molto bassa (< 0.5%). In particolare, negli ultimi anni, i protocolli diagnostici su singola cellula sono stati integrati dall’introduzione di una strategia che prevede lo studio di marcatori polimorfici STR associati al gene investigato. Tale strategia permette di confermare, in maniera indiretta, la diagnosi ottenuta mediante analisi di mutazione diretta, permettendo quindi di ottenere un doppio controllo dei risultati (Fiorentino et al., 2006).

L’impiego dei citati accorgimenti tecnici permette di ottenere delle diagnosi estremamente precise. Per cui, sebbene in caso di gravidanza si consigli di confermare il risultato della diagnosi preimpianto mediante villocentesi o amniocentesi, il ricorso alla diagnosi prenatale per specifica malattia genetica potrebbe essere evitato, se si accetta la percentuale di rischio sopra menzionata. Ovviamente la diagnosi preimpianto non esclude la presenza di eventuali alterazioni cromosomiche specificatamente non ricercate, quindi la diagnosi prenatale per la ricerca di aneuploidie cromosomiche è raccomandata in particolar modo per le pazienti con età superiore ai 35 anni.

Per quanto riguarda il rischio di errore diagnostico, nonostante il laboratorio GENOMA, in oltre 3000 casi di diagnosi preimpianto non sia incorso in nessun errore diagnostico (Misdiagnosis rate: 0%), l’errore diagnostico riportato dagli ultimi dati dell’ ESHRE PGD Consortium è inferiore all’1% (ESHRE PGD Consortium data collection IX. Hum Reprod (2009) 24:1786-810; Wilton L et al., Hum Reprod 2009:24:1221-8.).